ANATOMIA DELLA TRISTEZZA

TRISTEZZA: ISTRUZIONI PER L’USO

Cercherò in questo breve articolo di definire con maggiore accuratezza l'enorme gamma di segnali ed espressioni contenuti nella tanto a noi cara esperienza dell'emozione della tristezza.

Definire la tristezza infatti, al contrario di quanto si possa superficialmente pensare, non è proprio così semplice. Tutti sappiamo cosa intendiamo quando parliamo di tristezza, ma se dovessimo descriverla ad un extraterrestre, ci troveremmo a quel punto in enormi difficoltà.

Conoscerla meglio potrà sicuramente giovare ad un suo più adeguato utilizzo.

È LA RICERCA DELLA FELICITÀ LA VERA STRADA?

L'essere umano, sia stato esso filosofo, poeta, predicatore, scienziato o uomo politico, ha da sempre tentato di indagare l'aspetto opposto al sentimento della tristezza.

Sono stati utilizzati infiniti quesiti per cercare di trovare strade alternative e possibilità di fuga da questa emozione, perché appunto non eccessivamente gradevole. La ricerca della felicità è di fatti la sfida più gravosa che abbia mai impegnato l'uomo dall'alba dei tempi.

In pochi però si sono soffermati nel cercare di capire cosa fosse in realtà l'aspetto speculare a questa, con la possibilità effettivamente di comprenderla meglio per attenuarne gli effetti. Cercheremo quindi qui di analizzare questa emozione negativa nei suoi aspetti più sottili per arrivare a conoscerla più a fondo e possibilmente padroneggiarla nel migliore dei modi.

CENTO SFUMATURE DI TRISTEZZA

Innanzitutto iniziamo dicendo che la tristezza è un’emozione fatta di infinite varianti. C’è ad esempio una componente di tristezza nella nostalgia, che letteralmente significa dolore del ritorno: sentiamo nostalgia quando vorremmo tornare in un posto o in un tempo ma siamo impossibilitati a farlo. Omero, ricordando Ulisse e le numerose peripezie affrontate prima del ritorno nella terra natìa, scrisse una intera tragedia su questo genere di sentimento, antica e per certi aspetti gradevole sottocategoria dell’emozione cardine della tristezza. È triste anche la malinconia, o melancolia greca, che unisce l’immobilità della tristezza al senso di impotenza. Oltre a queste varianti letterarie e poetiche, la tristezza è ovviamente presente nella depressione, una forma di tristezza pervasiva e persistente che arriva a limitare la persona nel suo funzionamento, così come nella disperazione, che unisce all’umore triste la passione. È triste anche il dispiacere, che però si configura come più provvisorio e contestuale a qualcosa di specifico, quindi più facilmente gestibile.

RICONOSCERE I VERI SEGNALI DELLA TRISTEZZA

La tristezza, come tutte le altre emozioni, è composta da cambiamenti organici che possiamo considerare come segnali somatici caratteristici. Tra questi, ad esempio, il fatto di sentirsi stanchi, senza energie, svogliati e soprattutto abbattuti.

Proprio la sensazione dell'abbattimento, quel sentirsi cioè tirare verso il basso, quel senso di forza gravitazionale aumentata e quel desiderio di accasciarsi, rappresenta infatti la caratteristica percepita più totalizzante che ben descrive a livello metaforico l'improvviso abbandono del corpo da parte dell'energia vitale che fino a poco tempo prima ci sosteneva in piedi.

Tra le altre sensazioni esperite quando siamo tristi abbiamo la sensazione che niente ci dia più piacere e possiamo percepire una sensazione di mancanza o di vuoto.

Oltre alle componenti somatiche, la tristezza si può riconoscere da alcuni pensieri tipici. Tra questi, vedere la propria vita come inutile, o pensare a se stessi come a persone prive di valore e utilità.

IL NUCLEO DEL PROBLEMA

Una condizione generale che accomuna gli esseri umani è data dalla forte difficoltà a comprendere e individuare gli eventi attivanti che hanno innescato l'emozione della tristezza.

Le situazioni tipiche in cui viene stimolata questa emozione, sono infatti situazioni che hanno in qualche modo a che fare con la mancanza o con la perdita, sia essa reale o solo percepita. Andiamo quindi dalla perdita di un obiettivo o di un ruolo (pensiamo per esempio alla tristezza che accompagna i cambiamenti lavorativi o famigliari) fino alla perdita estrema, il lutto, a cui si aggiunge l’impossibilità di ripristinare la situazione precedente. Essere rifiutati o esclusi è un altro esempio di perdita dell’obiettivo di vicinanza o di inclusione in un gruppo sociale.

L'emozione della tristezza ci segnala quindi che qualcosa è andato perduto (nella realtà o solo nella fantasia).

È proprio la sensazione del vuoto che metaforicamente ci dovrebbe dare modo di esprimere la mancanza di un oggetto che prima ci apparteneva.

LA VERA UTILITÀ DELLA TRISTEZZA

Tutte le emozioni ci dicono qualcosa, come se fossero le spie di una automobile: si accendono quando è necessario prestare attenzione a qualcosa che non va.

Fare esperienza della tristezza ci serve per renderci conto della perdita e per poter tentare modalità di riconquista, quando queste sono possibili e effettuabili. La tristezza ci dice: Attenzione, questa cosa per te importante è lontana! Sta a noi decidere se e come muoverci di conseguenza.

È FACILE SMETTERE DI ESSERE TRISTE SE SAI COME FARLO

Cosa possiamo fare una volta recepito appieno il messaggio della tristezza? Le reazioni possibili sono molte, alcune utili e altre meno.

Spesso la tristezza porta con sé una sorta di rallentamento, la voglia di ritirarsi a leccarsi le ferite, che si può concretizzare con l’inattività (restare a letto tutto il giorno), il rallentamento nei movimenti, il ritiro dai contatti sociali (non uscire con gli amici o addirittura non andare al lavoro), stare in silenzio, non chiedere aiuto, piangere senza sosta.

Complessivamente, il comportamento più problematico della tristezza si può riconoscere nell’evitamento, soprattutto se questo va a interessare zone vitali della propria esistenza. Una persona può infatti evitare di chiedere aiuto, di esprimere con gli altri la propria difficoltà, di provare strade alternative; come conseguenza, non ha modo di sperimentare altri stati emotivi e rischia di impantanarsi in una fossa melmosa di tristezza che si allarga e la fa sentire sempre più senza speranza.

Tuttavia, mentre il nostro triste corpo si ferma, la nostra mente triste galoppa, spesso portandoci verso mete catastrofiche e terribili. Così, la tristezza può portare con sé una forma di pensiero ossessivo che prende il nome di ruminazione depressiva e che tende a mantenere concentrata la nostra mente sulle cose che non vanno, aggravando la situazione.

QUANDO LA TRISTEZZA ENTRA IN PSICOTERAPIA

È importante innanzi tutto chiarire che la tristezza di per sé non è un’emozione problematica. La tristezza può diventare problematica e prendere la gravità e le sembianze della depressione quando lottiamo contro di essa o quando non riusciamo ad accettare e tollerare la perdita che la tristezza ci segnala. Se una quota di dolore e sia pure di ruminazione può essere contestuale a un momento di lutto o di perdita, questi diventano preoccupanti nella misura in cui impattano sulla vita della persona, arrivando a impedire lo svolgimento di una vita soddisfacente. Le persone depresse si ritirano a volte in modo massiccio, rinunciano alla possibilità di stare meglio, e contemporaneamente analizzano i fatti accaduti e le circostanze in modo ciclico e senza possibilità di uscita, spesso aggiungendo così alla tristezza, ormai divenuta depressione, una buona dose di senso di colpa.

È importante che nel momento in cui ci troviamo bloccati dalla depressione su uno o più fronti della nostra vita riusciamo a identificare il nostro problema come tale e di conseguenza a richiedere un aiuto appropriato.


Se ti accorgi che questo articolo parla di te o comunque ti riguarda da vicino, non esitare a chiedere aiuto per risolvere il problema. La ricerca scientifica ha dimostrano che negare il problema o attendere può addirittura aggravarlo.

È proprio nella tua città che avrai modo di uscire da questa condizione affidandoti ad uno psicoterapeuta esperto.

Di solito, i tempi di ripristino di una condizione di serenità si aggirano intorno ai soli 2 mesi di psicoterapia. I tempi di maturazione di una vera e propria malattia che in generale portano poi alla finale richiesta di aiuto, possono invece a volte addirittura durare anni (la ricerca scientifica stima che i tempi medi di attesa prima della chiamata allo psicoterapeuta sono addirittura di 10 anni).

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AUTORE DEL POST

Mi chiamo DANIELE BRUNI e sono uno Psicologo Psicoterapeuta specializzato in Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Da anni mi occupo del trattamento dei disturbi della sfera psichica ed emotiva come ansia, attacchi di panico, disturbi di personalità e depressione. Ricevo nel mio studio privato nella centralissima San Benedetto del Tronto a pochi passi dall'Ospedale Civile insieme ad altri professionisti della salute fisica e mentale con cui collaboro a stretto contatto per il benessere completo dell'individuo, della coppia e della famiglia.

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